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Published in: libertà

Ciao Mirna

By Francesco Perticari

Quando sono nato, Mirna aveva diciotto anni e fra la gente s’insinuava il dubbio che io fossi suo figlio e non suo fratello.

I primi anni della sua giovinezza furono anni spensierati.  Il divertimento e il desiderio di libertà riempivano le nottate. Ma si sa, lo spirito ribelle è solo un surrogato della libertà e in quegli anni non riuscì a evitare forme di auto-castrazione inculcate dai pregiudizi e dai condizionamenti culturali di quel periodo.

Mirna era una persona che amava la libertà.

Per motivi di libertà interiore, credo, scelse di non avere una famiglia. Invece il destino le ha scaraventato addosso il peso della responsabilità della famiglia d’origine, quando se n’è andato il nostro babbo.

Aveva rinunciato a farsi famiglia, ma ne riconosceva profondamente il valore e uno dei suoi rammarichi più grandi dell’ultimo periodo era quello di non essere in grado fare la zia a tempo pieno.

Mirna era – o meglio è – uno spirito creativo, un’artista dentro. Si vedeva da come sapeva indossare due stracci del mercato, un occhiale stravagante e farli diventare un genere, su di lei.

Era innovativa, irriverente e vulcanica.

Le bastavano due rami di verde, qualche petalo e del fil di ferro per trasformarli in qualcosa di unico: piccole opere d’arte partorite da gesti di una semplicità sconcertante.

Aveva la straordinaria sensibilità di scorgere la bellezza ovunque e la capacità di dare equilibrio a forme e colori e i fiori erano il suo pennello. Il suo unico amore, dopo quello grande per un uomo che forse la fece soffrire così tanto da chiudere definitivamente le porte alla relazione di coppia.

La sua vera essenza si manifestava creando dal niente qualche cosa che prima non c’era e che pochi si sarebbero immaginati  potesse esistere.  Creava d’istinto, così come noi respiriamo o mangiamo.

Era una fata, capace di entrare in empatia alla velocità della luce. A volte amava travestirsi da strega solo per un po’, solo per alcuni attimi nei quali, con ingenua aggressività, cercava di tenere le distanze per impedire che qualcuno potesse intravedere le ali. Per paura di saper volare, per timore che qualcuno le chiedesse di farlo.

Mirna aveva fame di vita e ha sempre succhiato la vita a pieni polmoni, un po’ come ha fatto con le sigarette che, inesorabilmente, le hanno presentato il conto. Quello che fai determina ciò che accade ma non sempre sei in grado di gestirlo.

Mordeva la vita e la prendeva di petto con l’abnegazione di un irriducibile condottiero, con la sconsideratezza di un’adolescente sognatrice e si difendeva come poteva dal giudizio, ostentando il suo carattere spigoloso ma genuino.

Aveva una relazione pulita con le persone perché non sapeva fingere. Quando lo riteneva opportuno, ti mandava a quel paese un giorno sì e l’altro pure, a volte ti trattava con malcelata sufficienza ed io, che la conoscevo bene, ogni tanto la redarguivo, pur sapendo della sua completa inesperienza sulle ragioni del rancore profondo e tanto meno dell’odio.

Da piccolo mi sono sempre chiesto, dove prendesse la grinta, la forza e il coraggio e solo quando sono diventato adulto, l’ho capito.

Li prendeva dall’intima necessità di protegger il suo cuore delicato e fragile, quella bambina interiore di cui non si è mai dimenticata, di cui ciascuno di noi non si dovrebbe mai dimenticare.

Adesso, qui, davanti alla bara grezza che ospita le sue spoglie, lo so per certo.

Mirna è un Angelo.

È la dimostrazione reale che non esiste nulla di più importante del credere di poter volare, anche se le ali sono in affitto; del sognare una vita piena al di là delle possibilità contingenti; del valore dei rapporti umani a dispetto della corretta comunicazione; dell’amare ad ogni costo, contro ogni speranza e contro ogni paura.

Mirna tutto questo lo sapeva fare.

Lei l’ha fatto.

Ciao Mirna, buon volo e scusa se l’ho capito solo ora.

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