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Published in: altri modi di vivere, leadership, libertà, scrittura e creatività

Cambiami… oppure muorimi

By Francesco Perticari

Fra la paura della morte e la paura di sporcarsi le mani con la vita

L’idea della morte è un tabù.

Ho notato che quando si parla della morte, molte persone abbassano lo sguardo e stringono le labbra in una smorfia di contrita reverenza. Alcuni assumono un’espressione triste, di circostanza, altri sdrammatizzano con lo scaramantico tocco genitale (gli uomini) o metallico (le donne, per ovvie ragioni).

Tiziano Terzani scriveva: La morte è un imbarazzo, viene nascosta. Nessuno sa più gestirla. Nessuno sa più cosa fare con un morto. L’esperienza della morte si fa sempre più rara e uno può arrivare alla propria senza mai aver visto quella di un altro.

Io invece l’ho vista

Io ho avuto l’onore di affrontarla, indirettamente, attraverso gli occhi di mio padre, quando è stato salvato e portato via dal dolore insopportabile causato dal tumore, salutandomi per l’ultima volta.

L’ho ritrovata nell’ultima stretta di mano di mia madre, quando se ne è andata con il corpo, mentre la mente l’aveva abbandonata dieci anni prima.

La morte è un fatto naturale, una condizione che qualifica la vita.  Ne eravamo più consapevoli ai tempi dei nostri nonni, quando le ore scorrevano lentamente seguendo i ritmi della natura, fra una semina e un raccolto. Nella quotidianità rimuoviamo questa idea per lasciare spazio agli impegni incalzanti e, nei rari casi nei quali si presenta, non siamo mai abbastanza pronti a tenerle testa.

Non siamo capaci di affrontare la morte con il giusto amore per la vita

Un giorno l’ho incontrata per strada mentre voleva portare con sé un’anziana signora investita da un camion. Alcune persone, strette intorno al corpo in fin di vita della vecchietta, chiacchieravano con atteggiamento di malcelata indifferenza sulla dinamica dell’incidente. Sembrava aspettassero il secondo tempo di una partita di calcio e osservavano l’anziana, sola, stesa sull’asfalto freddo, con una curiosità irritante e senza apparente compassione.

Io mi sono avvicinato perché mi sembrava di poter fare qualcosa. Mi sono chinato, ho improvvisato una breve manovra per agevolare la flebile respirazione ostacolata dal sangue, forse ho sussurrato qualcosa d’incoraggiante e le ho tenuto la mano fino all’arrivo dell’ambulanza. Credo che in questi momenti sia importante, per noi appartenenti alla razza umana, aiutarci l’un l’altro. Non solo per sopravvivere, quando siamo in grado di farlo, ma anche a oltrepassare la soglia.

Quella volta evitai l’incontro con la morte solo per un pelo. Mi piace pensare che anche lei abbia voluto evitare di farsi vedere all’opera, forse per lasciare alla povera signora la possibilità di insegnarmi qualcosa che non si spiega con le parole. Il giorno dopo l’incidente, lessi sul giornale che se ne era andata.

La realtà è che uno vive finché non muore. E la verità è che nessuno vuole la realtà. (Chuck Palahniuk)

 

Ignoriamo la morte, rimuovendola da ogni nostro pensiero solo per non assumerci la responsabilità di vivere pienamente. Cosi alcune persone tirano avanti morendo dentro senza neanche accorgersene.

È facilissimo essere immersi nella routine quotidiana, affannarsi e impegnarsi allo stremo delle proprie possibilità, per poi accorgersi che la strada impervia che stavamo percorrendo da una settimana, un mese, un anno o una vita intera, andava nella direzione sbagliata. Cosa c’è di peggio di arrivare al capolinea con la sensazione di aver sprecato molto, molto del tempo che ci era stato concesso.

Corsi di formazione per morire

Una mia amica laureata in Medicina, esperta di Agopuntura, Chiropratica, Costellazioni Familiari e Trainer di PNL, aveva un sogno: realizzare un ospedale pubblico dedicato ai malati terminali nel quale avessero potuto apprendere in modo concreto a sfruttare le proprietà del cervello.  Un posto nel quale tutto fosse studiato per guarire oppure per rendere più dolce il trapasso. I colori delle stanze, un particolare genere di musica in filodiffusione, l’adeguata preparazione del personale, tutto doveva essere pensato per eliminare la paura e mettere le persone in condizione di vivere nella maniera più serena possibile gli ultimi giorni di esperienza terrena. Ironia della sorte, lei non c’è più ed io non so se qualcuno l’ha aiutata nel suo viaggio.

Non esiste un’adeguata educazione alla morte, né come fatto in se stesso né come epilogo di un percorso intimo e individuale al quale siamo sicuramente, alla fine, chiamati a partecipare.

Invece pensare alla morte ci dovrebbe aiutare a vivere. Meditare sulla democratica livella finale ci rende più consapevoli della qualità del tempo da dedicare alla vita.

Persino una delle 7 regole del successo di Covey incita a incominciare – qualsiasi progetto- pensando alla fine.

Qualche anno fa ho partecipato a un seminario sulla leadership nel quale celebrammo il funerale di ciascuno dei partecipanti, proprio sull’idea di Covey. E’ stato uno degli esercizi più potenti che abbia mai fatto per sviluppare questa attitudine. Mi ricordo ancora le frasi sussurrate all’orecchio dai miei compagni di corso mentre il mio presunto corpo morto giaceva sulla scrivania di una improvvisata camera ardente.  Le parole erano quelle che avevo preparato durante la lunga meditazione precedente. Erano le parole che avrei voluto sentire dai parenti e dagli amici, al mio funerale. E quel giorno le ascoltai per capire qualcosa di più sui miei comportamenti.

La morte andrebbe presa con leggerezza come quei professionisti delle tumulazioni che ne hanno fatto un ironico e geniale piano di social marketing e con la serietà di chi la considera solo un passaggio di stato.

La vita scorre e non possiamo fare niente se non esprimere al meglio il nostro essere una molecola d’acqua dentro il fiume dell’universo. “Non ci sono momenti morti, ma ci sono morti addormentati nella vita” che scorre in ogni caso a prescindere da noi.

Non è necessario guadagnare un miglior sé, come cantano in coro coach e motivatori.

Dobbiamo solo conservare, proteggere e curare il di cui disponiamo, lasciandolo sbocciare per com’è, per come ci fa star bene.

Fa molto male morire?

Non so rispondere a questa domanda e non conosco nessuno che sappia rispondere.

Tutti moriamo, morire è facile, ma vivere no! Vivere richiede impegno, richiede attenzione e dedizione.

La carta igienica la usiamo tutti (almeno qua in occidente) ma pochi sostituiscono il rotolo esaurito, quando non ne hanno bisogno.

Se potete, cambiate sempre il rotolo esaurito anche se non vi serve ora, anche se non è il vostro turno.

6 commenti su “Cambiami… oppure muorimi”

  1. Potente come sempre con il tuo modo di scrivere,tanto da tenermi con il fiato sospeso.
    Effettivamente hai toccato un argomentino in questo post che per me è un grande tabù .
    Che grande cosa sarebbe riuscire a raggiungere la consapevolezza di vivere il tempo con qualità senza farsi prendere dalle mille peripezie quotidiane che tutti i gg cerco di assolvere.
    Davvero io metto tutto il mio impegno,che però non porta sempre buoni risultati…ma il rotolo lo cambio sempre,o quasi,anche se non è il mio turno.
    Ti voglio bene .

    1. Ciao Miky,
      a volte i risultati ci sono ma sono interiori,intimi. Troppe volte li analizziamo con la metrica che ci viene imposta dal sistema e non sono sicuro sia quella giusta.
      C’è qualcosa di più profondo e semplice dietro la quotidianità. Forse l’armonia sta nel ritmo con il quale alterniamo i nostri bisogni alla domanda: come posso far star bene le persone che incontro?
      Forse è solo teoria… noi intanto cambiamo il rotolo che per il Capolinea c’è tempo.
      Un abbraccio stretto, Tesoro.

  2. Ciao Francesco! Il tema è per me intrigante e motivante (sì, proprio motivante). Ho sempre trovato il pensiero di morire come una delle cose più motivanti a costruirci una vita di qualità… ricordo quando ero poco più che adolescente, e una banale malattia mi costrinse a letto qualche giorno e pensai: “E se muoio adesso?”. Quella volta mi sono ripromesso di mettermi in condizione di potermi fare quella domanda e di poter rispondere semplicemente che avevo fatto tutto ciò che avevo ritenuto il mio meglio, senza la pretesa di esserci riuscito, accettando il fatto di non essere ancora diventato il mio meglio, 😉 ma non accettando il fatto di non aver agito tutti i giorni con la consapevolezza di volerci riuscire… La morte è un mistero interessante, è una mete di cui tutti abbiamo paura e nessuno può dimostrare che non sia 100 volte meglio di ciò da cui partiamo… sarà che trovo barbaro usare la carta igienica fin da quando avevo vent’anni, ma credo che se si passasse un po’ più tempo a pensare alla morte il nostro pianeta sarebbe un posto migliore da molti punti di vista. Grazie della bella riflessione Francesco! Un abbraccio amico mio!

  3. Scrivevo così , nel mio blog, dopo aver accompagnato Giuly (mia mamma) alla partenza per il suo lungo viaggio
    “obiettivamente per uno che crede nel Signore e in una vita futura l’evento della morte non dovrebbe rappresentare una tristezza ma la “felicità” per una vita migliore raggiunta
    un sano “egosimo” umano annienta ogni ragionamento e la sofferenza prende il sopravvento cancellando momentaneamente quel futuro così roseo”
    – segue su https://andreapelodigiorgio.blogspot.com/2010/12/16-dicembre-2010-giuly.html .

    Personalmente ho sempre vissuto quei momenti (ne ho vissuti ahimè vari) nel dolore di una perdita ma molto tranquillamente, quasi con leggerezza, col pensiero (verificabile solo al passaggio a miglior vita) che il lui/lei di turno andasse incontro ad un miglioramento ad un annientamento delle problematiche . Certo il dolore, il vuoto rimarrà con noi per molto tempo, a volte per sempre …. è innegabile, ma guardare e vivere le cose sotto un altra prospettiva sicuramente mi/ci aiuta ad andare avanti godendomi/ci la vita ed alleggerendo la paura della morte.
    La mia morte ?
    Sono conscio che essa potrebbe arrivare in qualsiasi momento, a volte (sono sincero) in periodi di estrema “stanchezza” la chiamo col sorriso quasi come fosse la soluzione…… poi rientro nei ranghi certo che ogni periodo di questa nostra vita ha il suo valer la pena di essere vissuto, qualsiasi siano le difficoltà da risolvere. L’unico timore che ho è quello di non arrivarci bene, di dover soffrire a lungo,
    poi penso alla sofferenza vissuta nel corso di una delle mie sfide sportive o di vita,
    alla fine c’è sempre stato un sorriso, una grande emozione.
    Sarebbe stato un peccato non assaporarla.

    Penso che sarà la stessa cosa

    ciao Francesco

    1. Grazie della testimonianza Pelo,
      che da uno così allenato alla sofferenza come te, acquista un valore ancora più rilevante.
      Bella la frase:

      ogni periodo di questa nostra vita ha il suo valer la pena di essere vissuto, qualsiasi siano le difficoltà da risolvere.

      Sembra semplice, forse è semplice solo quando non si è coinvolti, proprio per questo occorre allenarsi in periodi leggeri: per essere pronti, sempre pronti, anche quando il coinvolgimento ti manda in blocco.

      A presto Pelo.

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