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Published in: comunicazione, leadership

Chi domanda comanda?

By Francesco Perticari

Le domande guidano la nostra comunicazione

Ho letteralmente saccheggiato dal web una storia tratta dal racconto C’è nessuno? di Jostein Gaardner autore del best seller Il Mondo di Sofia.

E’ una storia che parla di inchini, parla di domande e forse parla anche di noi: persone abituate a dare troppe risposte, affettate e incerte, invece di dedicare energie a formulare domande ispirate e fondamentali per la nostra crescita.

Leggetela, adesso.

«Puoi mangiare una mela» dissi porgendogli il frutto.
Sembrava che non ne avesse mai viste in vita sua: per un po’ rimase incantato ad annusarla, poi si fece coraggio e le diede un morsettino.
«Gnam, gnam» disse con la bocca piena.
«È buona?» domandai. Lui fece un profondo inchino.
Volevo sapere che gusto avesse una mela quando la si assaggiava per la prima volta, e insistei:«Ti è piaciuta?»
Mika si inchinò a ripetizione.
«Perché fai l’inchino?» domandai. Si inchinò di nuovo.
Sbigottito da quel profluvio di cortesia, gli chiesi ancora una volta:«Perché fai l’inchino?»
Ora fu lui a rimanere sbalordito. Credo non sapesse se doveva fare un altro inchino oppure limitarsi a rispondere.
«Nel posto da cui vengo ci inchiniamo sempre quando qualcuno fa una domanda acuta» spiegò. «E più profonda è la domanda, più profondo è l’inchino».
Non avevo mai sentito una cosa tanto strana: non riuscivo a capacitarmi che una domanda potesse meritare un inchino.
«E allora quando dovete salutarvi cosa fate?»
«Cerchiamo di escogitare qualcosa di intelligente da domandare» rispose.
«E perché?»
Fece un rapido inchino dato che gli avevo rivolto un’altra domanda, poi spiegò:«Cerchiamo di pensare qualcosa di intelligente da domandare in modo da far inchinare l’altro».
Fui talmente colpito da quella risposta che, quasi senza volerlo, mi inchinai profondamente. Quando alzai lo sguardo, Mika si era infilato il pollice in bocca. Se lo tolse solo dopo un bel po’. «Perché hai fatto l’inchino?» mi chiese allora quasi offeso.
«Perché hai risposto in modo molto intelligente alla mia domanda» spiegai.
Allora Mika con voce limpida e chiara scandì alcune parole che non ho mai più dimenticato: «Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci a una risposta».
Annuii con un cenno della testa, pentendomi immediatamente perché Mika poteva pensare che mi ero inchinato alla sua risposta.
«Chi si inchina si piega» continuò Mika. «Non devi mai piegarti davanti a una risposta».
«E perché no?»
«Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre».

Ho sempre intuito l’importanza delle domande e sono da sempre un fervido paladino del punto interrogativo.

Durante il servizio di leva in una compagnia operativa dei paracadutisti, molti e molti anni fa, ho pagato con 40 giorni di servizio ai cessi l’ardita difesa del sacrosanto diritto di domandare.

Eravamo appena arrivati dalla scuola militare di paracadutismo, tutti allineati e coperti davanti ad un giovane e ottuso capitano di Napoli che ci inquadrava intimandoci di obbedire alle regole senza fare stupide domande.

Lo interruppi alzando il braccio e lui si fermò indispettito dicendo: «si esprima soldato!» Io risposi con un tono di malcelata e ingenua superiorità: «Capitano le domande non sono mai stupide, forse le risposte possono esserlo!» Siccome non era una domanda… il capitano non si inchinò.

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