Skip to content
Mobile menu

Published in: allenamento per la mente, coaching, vecchi post

perché non ti uccidi?

By Francesco Perticari

L’incontro

Ieri sono andato a trovare la mia vecchia  mamma ricoverata in una struttura per anziani affetti da alzheimer. E’ stato uno strano incontro al quale ho voluto dare un significato diverso, nuovo, utile per la mia vita.

La domanda

Dopo un colloquio senza senso, quasi divertente, mi ha guardato con i suoi occhi opachi al di là dei quali la nebbia dell’oblio la fa da padrona e ,seriamente, con un tono deciso mi ha chiesto:

“Perchè non ti uccidi?”

Silenzio.

Mi aspettavo di tutto tranne questa domanda, più intelligente di quanto si possa pensare quando ci limitiamo solo alla logica banale della nostra mente critica. Più destabilizzante di uno tsunami se pronunciata da una madre ad un figlio.

A freddo, mi sono chiesto se non fosse una domanda rivolta a se stessa, ma la sua comunicazione verbale e non verbale scioglieva istantaneamente questo dubbio. Lei era centrata; la domanda era per me. Ho scelto che diventasse un regalo per me.

Poi il pensiero è andato velocemente in un altra direzione. Che non fosse solo un modo per dirmi qualche verità sulla vita?

Quando si avvicina il capolinea ci si rende forse  conto che la vita non è poi così importante?

La vita e il tempo

Una sequenza di momenti nei quali semplicemente si aggirano pensieri e azioni a volte troppo sconnessi fra loro, a volte troppo rigidi e resistenti alla naturalezza del cambiamento. Altre volte troppo attaccati ad idee e abitudini che fissano come in una fotografia l’inconsapevole dinamicità di quella dimensione che erroneamente chiamiamo tempo. Il Tempo è un processo non si può simboleggiare e nominalizzare. Il Tempo dovrebbe essere un verbo non una parola. Voce del verbo Tempo.

Forse hanno ragione gli Amondawa,  tribù amazzonica che non ha, fra i propri vocaboli, nessun parola per descrivere il tempo e nemmeno sanno concettualizzarlo astrattamente. Lo vivono e basta.

Ho concluso l’incontro salutandola, rassicurandola sul fatto che non è mia intenzione farla finita.

Lei non aveva bisogno di essere rassicurata e io mi sono sentito come uno che risponde ad una domanda intelligente in modo sciocco.

Il sogno

Durante la notte un sogno mi aiuta a capire. Mi trovavo in mezzo a persone avide che si azzuffavano sul mio cibo per quanto ce ne fosse in abbondanza intorno a noi. Volevano il mio ed io non ero disposto a cederlo, per quanto la tavola fosse imbandita di ogni ben di dio. Io ero come loro: ingordo.

L’aggettivo possessivo riferito ad una risorsa illimitata è sintomo di uno schema di pensiero egoistico e poco funzionale.

Cosa se ne fa uno del suo cibo, se attorno a lui c’è l’abbondanza?

Il cibo serve per nutrirsi e identificarlo come mio quando è nel piatto è stupido e non ha senso se ne puoi trovare ovunque sulla tavola e intorno a te. E’ tuo quando nello stomaco si trasforma e diventa parte di te, almeno in parte.

Allora ho capito:

Sì! Mamma, ho capito, ora mi uccido.

Uccido quella parte di me che si appiccica morbosamente alle cose, alle idee e alle situazioni.

Uccido il pensiero che mi separa completamente dagli altri e dall’universo.

Uccido tutte le barriere di protezione che mi isolano dalla parte profonda della realtà.

Uccido il ricordo che mi rende dipendente.

Uccido il senso del possesso quando non è utile.

Uccido l’incapacità di dare valore alle cose quando sembrano prive di significato.

Uccido tutto il bagaglio pesante che mi porto sulle spalle durante un viaggio in cui ho bisogno di essere veloce, leggero e flessibile.

Uccido l’ego solo quando non collabora ad un disegno più grande di lui.

Uccido tutte le parti di me che non servono, dopo averle riconosciute, accettate e salutate benevolmente.

Mi uccido, ora.

Grazie Mamma…

7 commenti su “perché non ti uccidi?”

  1. Penso di ricordare tua madre, ma forse mi sbaglio. Aveva un negozio dove andavo ogni tanto a comprare i fiori. Ho il ricordo di una persona dolce, e mi pare di riconoscerne il sorriso nella foto. Se mi sono sbagliato perdonami.
    Anche mio padre ha vissuto il cammino di tua madre e per me era durissimo vederlo prigioniero del suo limite.
    Ho cercato di ragionare negli anni su questo, e ora non sono più certo (per essere tenero con me stesso) di sapere se il limite fosse davvero in lui o in me.
    Per questo ti ringrazio di quanto hai scritto, Francesco, nella speranza di riuscire anche io a non sprecare troppo altro tempo prima di uccidermi.

    1. Ciao Patty … sono passati un pò di anni… Grazie a te! Nel frattempo ho perso il vecchio Blog e sto cercando di rimettere insieme i pezzi…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *